quo vadis 2026
Franco Boscolo

Franco Boscolo

Lingue vive, menti aperte: il QCER ha trasformato l’insegnamento linguistico

Per decenni, l’insegnamento delle lingue ha avuto una struttura ben definita: si partiva dalla grammatica, si memorizzava il lessico, si traduceva. Questo approccio, basato su solide competenze formali, ha dato risultati importanti e ha formato generazioni di studenti, ma, soprattutto, in un contesto scolastico in cui le occasioni di uso autentico della lingua erano limitate.

Con l’inizio del nuovo millennio la società e i bisogni comunicativi sono cambiati rapidamente. Già intorno al 2000, il Consiglio d’Europa stava diffondendo le prime versioni sperimentali e le linee guida preliminari di un nuovo strumento destinato a lasciare un segno duraturo: il Quadro comune europeo di riferimento per la conoscenza delle lingue (QCER).

Sciacquare i panni nell’Hudson: l’italiano tra globalizzazione e anglicismi

Sciacquare i panni nell’Hudson: l’italiano tra globalizzazione e anglicismi
Da Manzoni ad oggi, una riflessione sull’evoluzione della lingua italiana in un mondo sempre più interconnesso.

Nel suo celebre lavoro di revisione dei Promessi Sposi, Alessandro Manzoni descrisse il proprio processo di adeguamento linguistico come “sciacquare i panni in Arno”: un modo per ricondurre il suo italiano scritto a una forma viva e condivisa, ispirandosi al fiorentino parlato, considerato all’epoca il modello di riferimento.
A distanza di due secoli, la lingua italiana continua ad evolversi e trasformarsi, questa volta in un contesto radicalmente mutato: quello della globalizzazione, del digitale e della crescente influenza dell’inglese.
Nel linguaggio quotidiano, nel lavoro, nella pubblicità e nei media si assiste a un costante afflusso di termini inglesi. Alcuni esempi ormai diffusi includono parole come CEO al posto di “amministratore delegato”, feedback per “riscontro” o “opinione”, deadline per “scadenza”, escalation per “aumento” o “inasprimento” e de-escalation per “riduzione della tensione” o “distensione”, perfino crossword per “cruciverba”.
Molti di questi termini provengono dal mondo tecnologico, economico o manageriale e sono spesso veicolati da contesti internazionali dove l’inglese è lingua franca. La loro adozione può avvenire per diverse ragioni: praticità, rapidità di comunicazione, appartenenza a reti globali, aderenza a format e convenzioni internazionali.
La presenza di anglicismi non rappresenta necessariamente un impoverimento linguistico. Può essere letta anche come un segno della vitalità della lingua, che si adatta a nuove esigenze comunicative. Tuttavia, ci si interroga su quanto questi prestiti siano davvero indispensabili o se esistano alternative italiane altrettanto efficaci.

Il linguista Tullio De Mauro, nella sua Storia linguistica dell’Italia repubblicana (2016), ha osservato come: “Negli ultimi anni gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi (…) anche nel vocabolario fondamentale.” È irresistibile l’ascesa degli anglismi? - Tullio De Mauro - Internazionale

Questa analisi, come molte altre, fotografa un fenomeno linguistico in atto, che si manifesta non solo nei registri alti o specialistici, ma anche nella lingua d’uso comune. La lingua, come ogni organismo vivente, cambia con l’ambiente. In un mondo connesso, multiculturale e digitalizzato, non sorprende che l’inglese svolga un ruolo così pervasivo. L’Accademia della Crusca sugli anglicismi: intervista a Stefania Iannizzotto.

Oggi, quindi, non è più l’Arno ad offrire il modello di riferimento, ma forse l’Hudson, il Tamigi o il cyberspazio globale? La lingua italiana si muove tra eredità storica de innovazione, tra tradizione e adattamento. Osservarne il percorso significa comprenderne meglio le dinamiche ed i futuri possibili.
Più che una scelta da giudicare, si tratta di un cambiamento da esplorare con consapevolezza.

Franco Boscolo

Chi sceglie la guerra rinnega la civiltà: breve riflessione su conflitto e progresso umano

La guerra è la massima espressione della violenza organizzata e, nel mondo moderno, rappresenta una chiara sconfitta della ragione e del progresso umano.

Quando le società scelgono la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti, rinnegano i principi fondamentali della civiltà, come il dialogo, la cooperazione e il rispetto reciproco. Come affermava Immanuel Kant nel Progetto per una pace perpetua (1795), «La guerra non può essere considerata uno stato di diritto, ma solo uno stato di fatto, che deve essere superato».

Sebbene le guerre derivino spesso da complesse dinamiche storiche, economiche o culturali, il ricorso alla violenza armata come prima soluzione è indice di una regressione etica. È un ritorno a modalità primitive di risoluzione dei conflitti, in netto contrasto con l’evoluzione della coscienza collettiva. Secondo lo storico John Keegan, «la guerra è un'invenzione culturale, non un impulso biologico inevitabile» (A History of Warfare, 1993).

Oggi l'umanità dispone di strumenti più evoluti per affrontare le divergenze: istituzioni internazionali, mediazione e diritto. Non utilizzarli equivarrebbe a una forma di irresponsabilità. Come ammoniva il Manifesto Russell-Einstein del 1955: «Ricordate la
vostra umanità, e dimenticate il resto». Essere civili significa saper scegliere la via più difficile, ma anche più giusta: quella della pace.
Non si tratta di utopia, ma di maturità storica. La guerra non è dimostrazione di forza, ma debolezza mascherata da potere.

Link: Manifesto Russell-Einstein - Wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Manifesto_Russell-Einstein  
Bibliografia essenziale
 Kant, I. (1795). Per la pace perpetua
 Keegan, J. (1993). A History of Warfare
 Harari, Y. N. (2011). Sapiens: Da animali a dèi
 Russell, B. & Einstein, A. (1955). Manifesto Russell-Einstein
 Pinker, S. (2011). The Better Angels of Our Nature


Franco Boscolo

Webinar importante su clima in Mediterraneo il giorno 8 aprile 2025

Mediterraneo in pericolo: ondate di calore, risorse a rischio e nuove emergenze: il clima del Mediterraneo tra cambiamenti e scenari futuri. 

Il Mediterraneo è uno dei principali punti critici del cambiamento climatico globale. La temperatura media della regione è già aumentata di oltre 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, un ritmo più veloce rispetto alla media mondiale. Questo riscaldamento sta alterando profondamente gli equilibri ambientali, con conseguenze dirette sugli ecosistemi, sulle attività umane e sulla biodiversità.

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