Franco Boscolo

Franco Boscolo

La fiducia smarrita nell'era dell'intelligenza artificiale

Padre Martin M. Lintner: «Senza fiducia non esiste comunità, e senza comunità l'uomo si indebolisce»
La fiducia come fondamento dell'esistenza, delle relazioni e della convivenza civile. Ma anche la crisi che attraversa istituzioni, scuola, famiglia e persino il rapporto con la conoscenza nell'epoca dell'intelligenza artificiale.
Ne abbiamo parlato con Padre Martin M. Lintner, Professore di Teologia morale e Preside dello Studio Teologico Accademico di Bressanone.
Padre Martin ci invita a recuperare il valore del discernimento e della formazione della persona.
 
Padre Martin, oggi sembra che la fiducia, ogni tipo di fiducia stia progressivamente venendo meno. È davvero uno dei problemi più seri del nostro tempo?
Sì, perché la fiducia è uno dei fondamenti della vita umana. Prima ancora delle relazioni sociali, riguarda il significato stesso dell'esistenza. Fidarsi significa credere che la propria vita abbia un senso, che il nostro essere al mondo non sia frutto del caso e che il futuro possa essere costruito.
Dal punto di vista della fede, la fiducia è proprio questo affidamento a un significato più grande di noi. Ma è anche il presupposto di ogni convivenza umana. Se non mi posso fidare dell'altro, non posso collaborare, non posso costruire relazioni autentiche e nemmeno una società stabile. 
 
Eppure oggi la sfiducia sembra diffondersi ovunque.
Lo vediamo chiaramente. Molte persone non si fidano più delle istituzioni politiche, della Chiesa, della scienza o dei mezzi di informazione. Quando un'istituzione perde credibilità, inevitabilmente si producono tensioni che finiscono per indebolire il tessuto sociale. Una società ha bisogno di elementi che la tengano unita. Quando questi vengono meno, aumenta il conflitto e diminuisce la capacità di affrontare insieme i problemi. Non è un caso che chi vuole destabilizzare una comunità spesso lavori proprio sulla distruzione della fiducia reciproca e della fiducia nelle istituzioni.
 
Lei cita anche la crisi della fiducia nella scienza.
La pandemia è stata un esempio significativo. Molti hanno interpretato l'evoluzione delle conoscenze scientifiche come una dimostrazione di inaffidabilità. In realtà la scienza procede proprio attraverso la verifica, la correzione e l'approfondimento delle proprie ipotesi. Il problema nasce quando si pretende dalla scienza una certezza assoluta che non può offrire. E proprio questa irragionevole pretesa genererà sfiducia: si rischia, per un equivoco culturale, di non fidarsi più del metodo scientifico e le conseguenze possono essere molto gravi.
 
Incontrando molti insegnanti, mi riferiscono spesso di giovani poco abituati ad affrontare le difficoltà. È una percezione corretta?
Credo sia un fenomeno reale. Molti ragazzi costruiscono la propria identità sulla prestazione, sul successo o sul riconoscimento esterno. Quando questi elementi vengono meno, emergono fragilità profonde. Spesso incontriamo persone che appaiono sicure di sé ma che in realtà possiedono una struttura interiore molto fragile. La loro autostima dipende da ciò che gli altri pensano di loro o dai risultati che riescono a ottenere. Questo le rende vulnerabili e poco resilienti di fronte alle inevitabili difficoltà della vita.
 
Quanto pesa il sistema educativo in questo processo? E quali sono le conseguenze in termini di perdita di fiducia?
La formazione della persona dovrebbe tornare al centro. Le competenze sono importanti, ma non possono essere l'unico obiettivo dell'educazione. Se formiamo soltanto competenze rischiamo di creare professionisti preparati ma persone fragili.
Una vera educazione dovrebbe aiutare a sviluppare il carattere, la capacità critica, la responsabilità e la consapevolezza di sé. La persona viene prima della prestazione. Se invece, valgo per quello che faccio, non per quello che sono, allora il mio valore diventa sempre precario. Possono così insinuarsi diverse forme di sfiducia.
La prima è la sfiducia in sé stessi: se la mia identità è fondata sul rendimento, sul successo, sulle competenze o sull'approvazione degli altri, ogni debolezza e ogni fallimento mette in discussione il mio valore personale. Non perdo una gara o un esame: altrimenti rischio di sentirmi una persona che vale meno.
C'è poi la sfiducia negli altri: se la società mi valuta continuamente in termini di performance, finisco per percepire gli altri come concorrenti più che come alleati. La relazione perde il carattere della collaborazione e assume quello della competizione.
Consideriamo poi la sfiducia nelle figure educative: se ciò che conta è soltanto il risultato, l'esperienza dell'adulto perde valore. Il docente, il genitore, il sacerdote o il medico non sono più punti di riferimento, ma semplici fornitori di informazioni che possono essere sostituiti da una ricerca online o da una chat.
Significativa è anche la sfiducia nelle istituzioni: quando tutto viene valutato in termini di efficienza e risultato immediato, le istituzioni vengono giudicate esclusivamente per ciò che producono nel breve periodo. Se non soddisfano le aspettative, vengono rapidamente considerate inutili o inaffidabili.
 
In questo quadro si inserisce anche l'intelligenza artificiale. Molti giovani sembrano attribuirle una fiducia quasi assoluta.
È una questione molto delicata. Spesso si tende a identificare la persona con le sue capacità cognitive e con i dati che produce. Ma l'essere umano non è riducibile a un insieme di informazioni. I sistemi di intelligenza artificiale elaborano dati, individuano correlazioni e costruiscono risposte statisticamente plausibili. Possono essere strumenti molto utili, ma non comprendono realmente ciò che elaborano. Mancano la coscienza, l'esperienza vissuta, l'empatia, la dimensione relazionale e quella
spirituale.
 
Alcuni arrivano addirittura ad immaginare una sorta di sopravvivenza digitale della persona.
È una visione estremamente riduttiva. Anche se un giorno fosse possibile conservare tutti i dati di un cervello, non per questo avremmo conservato una persona. La persona umana è molto più della somma delle informazioni che possiede. Ridurla a un archivio
di dati significa perdere ciò che la rende realmente umana. 
 
Molti studenti verificano il docente attraverso una chat, ma raramente verificano la chat attraverso le fonti. 
Questo è uno dei rischi maggiori. L'accesso all'informazione non coincide con la conoscenza e, ancora meno, con la saggezza. Oggi chiunque può trovare migliaia di informazioni in pochi secondi. Ma senza discernimento e capacità critica diventa difficile distinguere ciò che è affidabile da ciò che non lo è. La vera competenza consiste proprio nella capacità di valutare, interpretare e comprendere.
 
Possiamo allora parlare di una crisi della fiducia che riguarda anche il sapere?
Certamente. Molti credono che avere accesso alle informazioni equivalga a possedere la conoscenza. Non è così. Un medico non vale per le informazioni che può consultare online, ma per gli anni di studio, esperienza e giudizio che gli permettono di interpretarle correttamente. La conoscenza richiede formazione. La saggezza richiede anche esperienza.
 
Questa crisi può diventare un'occasione di rinascita?
Le crisi sono sempre momenti difficili e spesso dolorosi. Tuttavia il termine stesso, nella tradizione greca, richiama l'idea del discernimento. Le crisi obbligano a scegliere, a rivedere ciò che conta davvero. Possono diventare occasioni per recuperare relazioni autentiche, responsabilità condivise e fiducia reciproca. La fiducia non è un lusso. È ciò che rende possibile la vita comune. Senza fiducia non esiste comunità. E senza comunità l'uomo finisce inevitabilmente per impoverirsi.
 
Franco Boscolo

Divieto dei cellulari a scuola in Italia e confronto con le linee guida europee

La recente decisione del Ministero dell’Istruzione e del Merito di vietare l’uso dei telefoni cellulari nelle scuole, non solo per fini personali ma anche per scopi didattici, ha riacceso il dibattito pubblico. Il divieto riguarda le scuole primarie, le secondarie di primo grado e le secondarie di secondo grado. Il provvedimento viene presentato come una misura a tutela dell’attenzione e del benessere degli studenti. Tuttavia, solleva una questione più ampia: un divieto generalizzato è davvero coerente con le raccomandazioni europee in materia di educazione digitale? Per rispondere, è utile analizzare il tema per punti. 

Il quadro europeo: prima la pedagogia
Le politiche europee in materia di educazione digitale non attribuiscono alla tecnologia un valore automatico. Al contrario, ne sottolineano il carattere strumentale.
Il Digital Education Action Plan 2021–2027 indica come obiettivi prioritari l’inclusione e l’efficacia didattica. Secondo il documento, la tecnologia digitale può sostenere un’istruzione di alta qualità solo se utilizzata in modo competente, equo ed efficace. Allo stesso tempo, la Commissione europea avverte che la tecnologia non è neutrale: progettazione degli strumenti e scelte pedagogiche incidono direttamente sulla partecipazione degli studenti e sulle disuguaglianze educative.
Una linea simile emerge dal DigCompEdu Framework del Joint Research Centre. Il quadro invita gli insegnanti a selezionare strumenti e risorse digitali solo quando sono coerenti con gli obiettivi di apprendimento, il contesto e il gruppo classe. Questo approccio è spesso riassunto in un principio ormai diffuso: prima la pedagogia, poi la tecnologia.

Le esperienze europee: divieti regolati e margini di flessibilità
I Paesi europei hanno adottato soluzioni diverse, spesso più sfumate di quanto possa apparire. La Francia ha introdotto già nel 2018 un divieto dell’uso dei cellulari a scuola, ma ha previsto eccezioni per attività didattiche supervisionate. I Paesi Bassi hanno seguito un’impostazione simile, limitando l’uso personale ma consentendo quello educativo quando pianificato. In Finlandia, invece, il tema è stato inserito all’interno di una più ampia riforma curricolare, con particolare attenzione all’equità e al monitoraggio degli effetti nel tempo.
Queste esperienze mostrano che il divieto non è necessariamente in contrasto con le linee guida europee, a condizione che sia contestualizzato, proporzionato e valutabile.

Cosa dice la ricerca: benefici possibili, ma non automatici.
Le evidenze empiriche disponibili non portano a conclusioni univoche. Uno studio di Beland e Murphy ha rilevato miglioramenti nei risultati scolastici dopo l’introduzione di restrizioni sull’uso dei cellulari, soprattutto tra gli studenti con performance iniziali più basse. Altre ricerche, condotte ad esempio in Svezia, non hanno riscontrato effetti significativi sugli apprendimenti, ma hanno segnalato una riduzione delle distrazioni e degli episodi di cyberbullismo. Una revisione rapida pubblicata nel 2024 conclude che i divieti possono produrre benefici limitati se non sono accompagnati da misure complementari, come la formazione degli insegnanti e l’offerta di alternative didattiche digitali. Un rapporto successivo dell’Università di Birmingham sottolinea lo stesso punto: la variabile decisiva non è il divieto in sé, ma il modo in cui viene implementato.

Il caso italiano: una scelta rischiosamente rigida?                                                                                                                                      Alla luce di questo quadro, il provvedimento italiano si inserisce in un contesto europeo articolato. Da un lato, risponde a esigenze legittime di tutela dell’attenzione e del benessere degli studenti. Dall’altro, il divieto anche per finalità didattiche rischia di entrare in tensione con il principio europeo dell’uso intenzionale e finalizzato della tecnologia. In assenza di eccezioni chiare, dispositivi alternativi forniti dalla scuola e percorsi strutturati di formazione per i docenti, la misura rischia di assumere un valore più simbolico che sistemico.

Verso un equilibrio basato sulle evidenze,
Il nodo centrale non è scegliere tra divieto o permissività, ma trovare un equilibrio informato dalle evidenze. Un approccio coerente con le raccomandazioni europee dovrebbe prevedere:
 eccezioni mirate per usi didattici pianificati e controllati;
 dispositivi scolastici condivisi, per garantire equità;
 formazione continua dei docenti in pedagogia digitale;
 valutazioni periodiche e trasparenti degli effetti delle misure adottate.
Solo attraverso un approccio multilivello e basato su dati il divieto può diventare una scelta educativa consapevole, e non una misura punitiva. In questo senso, il principio guida resta lo stesso indicato dall’Unione europea: prima la pedagogia, poi la tecnologia.

Franco Boscolo

 

Bibliografia e Sitografia

Beland, L.-P., & Murphy, R. (2015). Ill Communication: Technology, Distraction & Student Performance. Labour Economics.
Euronews. (2024, 29 dicembre). Which countries in Europe have banned or want to restrict smartphones in schools? https://www.euronews.com/next/2024/12/29/which-countries-in-europe-have-banned-or-want-to-restrict-smartphones-in-schools  
European Commission. (2021). Digital Education Action Plan 2021–2027.
https://education.ec.europa.eu/sites/default/files/document-library-docs/deap-communication-sept2020_en.pdf   
Redecker, C. (2017). European Framework for the Digital Competence of Educators (DigCompEdu). Joint Research Centre.
https://publications.jrc.ec.europa.eu/repository/handle/JRC107466 
Save the Children Italia. (2025). Cellulari a scuola: le novità del ministero e consigli per i genitori. https://www.savethechildren.it/blog-notizie/cellulari-scuola-le-novita-del-ministero-e-consigli-i-genitori 
The Conversation. (2024). Ban smartphones in schools: what the research says. https://theconversation.com/ban-smartphones-in-schools-what-the-research-says-235165 
Università di Birmingham. (2025). The Implementation and Impact of School Mobile Phone Policies. Birmingham: School Policy Research Unit.

15 agosto 1769, Ajaccio, Francia. Per un Ferragosto diverso

Ogni anno, il 15 agosto, la maggior parte di noi lo associa all’estate, alle vacanze, ad un Ferragosto di spensieratezza. Ma questa data porta anche un’altra memoria: il 15 agosto 1769 nasceva Napoleone
Bonaparte. Non solo un generale e un imperatore, ma uno dei personaggi che più hanno inciso sul destino dell’Europa moderna.

Finché l’uomo non capirà che la donna è un passo avanti ... in attesa di riscoprirsi assieme! Ricordando il film "la califfa".

C’è una verità silenziosa che attraversa il nostro tempo, una consapevolezza che affiora in ogni angolo della società: la donna è un passo avanti. Non per ideologia, né per rivalsa, ma per evidenza. Per fatti. Per storia vissuta. È un'affermazione che non ha nulla di provocatorio né di esclusivo. È, semplicemente, un punto fermo da cui ripartire per ricostruire relazioni, istituzioni, linguaggi e prospettive.

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