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Alto Adige 1945-48. Al Centro Trevi Giovanni Perez ci racconta il dopoguerra

Grazie alla collaborazione tra Cedocs, Centro Audiovisivi di Bolzano e lo storico ex caporedattore dell’Alto Adige, Giovanni Perez, mercoledì 15 maggio 2019 dalle ore 18.00, presso il Centro Trevi in Via Capuccini 28, ci sarà una serata evento dedicata alla storia altoatesina attraverso la visione del documentario “Alto Adige/Suedtirol 1945-1948”, ideato e realizzato dallo stesso Giovanni Perez.

La serata sarà dedicata alla visione del racconto dei fatti che sono accaduti immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale a Bolzano ed in provincia, con la possibilità di sviluppare un dibattito con il noto giornalista locale che presenterà la serata.

Il documentario racconta una fase storica assai delicata per il nostro territorio: mentre nella tarda primavera del 1945 Berlino cadeva sotto i colpi dell’armata rossa e poi degli alleati, in Alto Adige risalivano le truppe americane, salutate a Trento da tutta la popolazione e stanziatesi poi a Bolzano agli inizi di maggio, in attesa di superare l’ultimo valico, prima di entrare in quel che rimaneva del Reich.

Marcia nel fango

Gli alleati, in quei giorni trascorsi in Alto Adige, devono occuparsi delle truppe tedesche ancora presenti in zona ma si devono anche occupare della ricerca dei criminali nazisti, che in un numero significativo si erano nascosti nelle nostre città, e si dovettero occupare anche dei trafugamenti di importanti opere d’arte sottratte a musei italiani.

Il documentario che vedremo proiettato al Trevi ci darà anche notevoli emozioni nel vedere con gli occhi di oggi le immagini delle nostre città, sì duramente colpite dalla guerra, ma vibranti di popolazione, da Trento a Brunico, da Bolzano alla Val Gardena. Un’emozione per chi c’era ed ha visto ma una forte emozione anche per chi è giovane e vuol vedere come era la nostra città 60 anni fa.

Tra le macerie dei ponti e delle stazioni ferroviarie intravvediamo anche i violenti danni agli edifici pubblici, impressionante la distruzione del ponte di Ora, come della stazione di Bolzano e del nostro centro storico, il Duomo, la Chiesa dei Francescani, il ristorante Cà de Bezzi, il Municipio, piazza Walther, il teatro Verdi, insomma: tutti i luoghi della vita quotidiana dei cittadini rasi al suolo o in piedi per miracolo.

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Ciononostante fin dai primi giorni di quell’estate del 1945 la popolazione altoatesina, unita dalle avversità, ricomincio a vivere, a ricostruire, ad attendere il ritorno dei reduci, a sostenere il rientro della popolazione ebraica, a ricostituire il commercio, a ritrovarsi nei locali. Straordinarie le immagini della fine degli anni ’40, testimonianze del ritorno alla normalità, con la ricostruzione del Lido di Bolzano, dei matrimoni sul tetto del Bar Moretti, del “sali scendi” lungo la cremagliera che da Piazza Walther portava sul Renon.

Tutto questo si vedrà mercoledì 15 maggio 2019, con inizio alle ore 18.00 al Centro Trevi, in compagnia di Giovanni Perez, che ci racconterà storie ed aneddoti di quei tempi non poi così lontani e, purtroppo, spesso trascurati. L’entrata è gratuita.

A Bronzolo un bel successo per la serata documentario sul Porfido

Bella cornice di pubblico ieri sera (8 marzo 2019) presso la Sala Civica del comune di Bronzolo, in occasione della serata documentario dedicata al tema delle cave di Porfido della Bassa Atesina, organizzata da Cedocs - Centro di Formazione e dalla Provincia Autonoma di Bolzano, per il progetto "Alto Adige da scoprire attraverso i documentari". Con la presenza attiva ed appassionata del Sindaco Giorgia Mongillo e della Vicesindaco Margot Pizzini (che ha presentato la serata) molti cittadini hanno assistito al documentario di Paolo Quartana “Porfido”, datato 1995 ma che sa ancora trasmettere la passione di tutti quegli uomini impegnati, tra Ottocento e Novecento, nella lavorazione del porfido ed all’epoca, famosi in tutta Europa.

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Il paesaggio della nostra provincia è infatti caratterizzato in buona parte da quelle affascinanti rocce porfiriche che al tramonto assumono riflessi ramati unici al mondo. L’importanza economica di queste cave, ha trasformato la vita e l’economia di questa terra, impregnandone anche la cultura e le tradizioni della popolazione locale. Durante la serata c’è stato modo di condividere storie personali riguardo queste cave, riguardo i ricordi dei genitori e parenti legati ad esse, come quelle delle storie di chi in quelle miniere è passato solo per diletto. In ultimo è stato possibile sondare tra i presenti la possibilità di creare un sentiero o addirittura una piccola funivia per rendere la zona delle miniere più viva e magari turistica.

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Il gabbiano di Anton Cechov in scena a Bolzano

"Il gabbiano" di Anton Cechov, scritto nel 1895, in scena al "Comunale" di Bolzano dal 7 al 10 marzo per la stagione del Teatro Stabile bolzanino, non è solo uno dei testi più geniali del grande medico-drammaturgo-scrittore scomparso a soli 44 anni nel 1904, ma è uno dei migliori testi di quel teatro della crisi che connota la fine del 1800 e l'inizio del 1900.

All'Eurac di Bolzano l’emozione dell’archeologia: il Museo Egizio raccontato dal suo Direttore

Quando da bambina mi chiedevano cosa avrei voluto fare da grande la mia risposta non è mai stata la parrucchiera o la maestra bensì l’archeologa. Chissà poi perché una bambina di cinque anni rispondeva così, eppure sono sempre rimasta affascinata da quei mondi lontani, ricchi di mistero, grandezza, modernità e crudeltà. Ricordo che la sera, prima di addormentarmi chiedevo a mio padre di leggere qualcosa per me, ma non la solita fiaba dei fratelli Grimm, io desideravo addormentarmi sentendomi raccontare degli antichi egizi, dei grandi Faraoni, del mistero delle piramidi. Crescendo, l’interesse e la magia di scoprire e studiare il mondo antico non mi hanno abbandonato di certo, anzi, ma quando dovetti scegliere cosa fare dopo il liceo, ebbi paura di intraprendere uno studio sì appassionato, ma (forse) con scarse certezze per il mio futuro lavorativo.

Martedì 4 dicembre, però, seduta sulla poltroncina dell’Auditorium di EURAC a Bolzano, ho pensato che forse quella passione avrei fatto bene a seguirla e che lo spazio per gli archeologi e gli studiosi in realtà esiste, soprattutto per quegli appassionati, e questo ascoltando la presentazione dell’attuale Direttore del Museo Egizio di Torino, Christian Greco, egittologo italiano classe 1975. 

In poco più di un’ora, Greco ha portato me e i tanti partecipanti in sala nel suo mondo, nel mondo del Museo egizio di Torino, della ricerca, della scoperta scientifica, e ci ha fatto riflettere sul ruolo che gli spazi museali ricoprono ai giorni nostri. Non solo archivio ed esposizione di reperti e opere antiche, bensì luogo di partecipazione, ricerca, formazione culturale aperta a tutti, e luoghi di formazione universitaria. Spazi e strutture capaci di dialogare e connettersi alla città e ai suoi cittadini, stranieri e nuovi abitanti inclusi.

Naturalmente non sono mancati i numeri e dati nella presentazione di Greco. Il Museo Egizio di Torino, è il più antico museo della storia egizia, e il secondo museo al mondo, dopo quello dei Cairo, che ho avuto la fortuna di visitare, per numero di reperti. Torino custodisce più di 40 mila reperti e di questi 270 sono mummie tra umane ed animali. L’esperienza accademica di Greco e la voglia di portare Torino e il Museo nel mondo, lo hanno spinto a collaborare con molti musei ed università straniere nell’ambito di diversi progetti internazionali. Ha esportato alcune collezioni in Canada, Russia e Cina, aumentando così il numero di visitatori del Museo anche al di furi dell’Italia.

Gli archeologi e i ricercatori del Museo Egizio di Torino sono presenti però anche sul campo, partecipando agli scavi a 40 km a sud del Cairo. Uno dei progetti che più mi ha emozionato è stato quello che Greco ha chiamato “dall’invisibile al visibile”. Grazie ad una strumentazione medica e a particolari programmi computerizzati è possibile oggi scoprire cosa si nasconde sotto le bende che ricoprono le mummie. E così ci appaiono amuleti, gioielli e ornamenti femminili. Gli stessi che da sempre ammiriamo scolpiti nella pietra o disegnati su i papiri. E anche questi ultimi raccontano infinite storie, a volte anche fin troppo intime e personali, come una lettera inviata al proprio amante in assenza del marito…

Grazie ad un altro progetto internazionale, infatti, i ricercatori del Museo Egizio hanno catalogato più di 26 mila frammenti di papiro. Il più grande archivio che sia mai stato conservato. Questi, minuziosamente catalogati, sono stati scansionati e condivisi con i partner di progetto, e con cura e pazienza, come in un puzzle, hanno ridato vita ad antichi documenti e lettere originali risalenti addirittura al 1350 a.C..

Un’altra grande emozione che Christian Greco ha voluto regalarmi è stata quella di “entrare” nella famosa tomba dell’architetto-capo Kha del faraone Amenhotep III (1543 – 1292 a. C.) e di sua moglie Merit. Ciò è stato possibile mettendo insieme i singoli fotogrammi realizzati all’inizio del ‘900 dall’egittologo Ernesto Schiapparelli e che oggi ci appaiono come un filmato. L’emozione è grande quando superato l’ultimo muro in pietra, appare questa piccola porta e si accede nella tomba rimasta perfettamente intatta e completa di tutto il corredo funerario. Sono rimasta a pensare all’emozione che possono aver provato nel 1906, Schiapparelli e i suoi collaboratori quando hanno aperto quella porta, trovandosi davanti ogni singolo oggetto, tunica, cibo, esattamente lì dove qualcuno lo aveva posto poco prima di chiudere la tomba.

Mentre fuori dalla sala dell'Eurac l’aria frizzante di dicembre abbracciava Bolzano, anche Christian Greco veniva abbracciato da un caloroso e lungo applauso che ha accompagnato la chiusura del suo intervento. Sono tornata a casa con la voglia di tornare a Torino, di organizzare una nuova visita dopo tanti anni al Museo Egizio, la cui visita da bambina era naturalmente nella lista dei miei desideri e che, prima del grande rinnovamento del 2015, ricordo di aver visto grande e polveroso. E camminando per la città quasi deserta mi sono chiesta chissà quale sarebbe stata la mia strada se nel 2005 avesse seguito il mio sogno di bambina.

Giulia Gaggia

"Intrecci", è stato un successo!

Un altro grande successo per un’altra grande iniziativa culturale. Si è conclusa la due giorni di “INTRECCI: Incontri nella piazza della cultura”, con un’ottima risposta di pubblico, sia per quanto riguarda il numero che per quanto riguarda la partecipazione.
Organizzata da Cedocs – Agenzia di Educazione Permanente-, ideata e curata dal sociologo Adel Jabbar e realizzata con il fondamentale sostegno dell’Assessorato alla Cultura italiana della Provincia, Ufficio Educazione Permanente (per il quale è stata assiduamente presente in sala la direttrice Lucia Piva), ha visto innumerevoli ospiti ed esperti collaborare assieme, in particolare il Circolo La Stanza, la Biblioteca Culture del Mondo e l’associazione donne Nissà, e non solo. Sul palco si sono esibiti la band “Zio Cantante” ed il bravissimo teatrante Abderrahim El Hadiri (in arte Abdul).

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Intrecci, la seconda serata è stata un ricchissimo spettacolo

Bellissima la seconda. Ieri sera, sabato 10 novembre 2018, si è tenuta la seconda e conclusiva serata dedicata all'evento “Intrecci: Incontri nella Piazza della cultura”. Si è trattato proprio di incontri, tanti e ricchi, da Lorenzo Ferrarese che ci ha raccontato la storia degli intrecci pittorici degli ultimi trecento anni, a Pietro Marangoni che ci ha ricordato quanto sia importante lo sviluppo artistico e quanto esso non abbia alcun confine, alla giovane artista Yansu Wang che ci ha portato le sue esperienze dei rapporti tra  la Cina e l'Italia.

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